Numeri e fede

Avvenire ha pubblicato una serie di articoli volti a dimostrare come matematica e fede non siano in contrapposizione. Bene, mi vien da dire, finalmente si vuole fare un passo nella direzione giusta, lasciamo che fede e scienze seguano le loro strade senza negarsi vicendevolmente.

Galileo Galilei c'era già arrivato qualche secolo fa, quando affermava che il libro della fede e il libro della natura non potevano essere in disaccordo fra loro, le possibili incongruità tra i due mondi dovevano essere intrinseci al fatto che scienza e fede hanno scopi diversi, e che quindi trattano gli stessi argomenti secondo punti di vista differenti.

In fin dei conti é scritto pure nel Vangelo, dare a Cesare ciò che é di Cesare e a Dio ciò che é di Dio. Esistono campi diversi, occorre usare mezzi adeguati per ogni campo.

Dunque sembrerebbe tutto pacifico: le scienze in genere, e la matematica in particolare, hanno un loro campo di applicazione in cui sono sovrane; la religione si occupa di cose diverse, non pertinenti alla sfera scientifica, campo in cui le scienze non hanno molto da dire.

Eppure il Luigi Dell'Aglio, che cura questa serie di articoli, non pare soddisfatto di questo risultato, vuole andare un poco oltre: la matematica, secondo lui, non può essere usata per dimostrare l'inesistenza di un dio (fin qui siamo d'accordo) ma può e deve essere usata per dimostrarne l'esistenza (e qui le cose non quadrano). E intervista matematici per darci questa sua visione della realtà.

Ma, diamine, se la matematica non ha gli strumenti per dire alcunché sull'esistenza o meno di un essere trascendentale alla realtà sensibile, come può essere usata per appoggiare questa ipotesi?

Puntata del 26 gennaio, intervista a Mario Girardi. Si parte con Socrate e il suo so di non sapere che ci ammonisce su come non possiamo avere certezze su nulla (a dire il vero questo viene usato come se fosse una debolezza del metodo scientifico, ma ogni scienziato che si rispetti sa bene che una teoria scientifica é vera solo finché non la si dimostra falsa, quindi non vedo bene il punto), si cita - non capisco bene a che titolo e senza fare il nome del suo illustre padre - il paradosso di Goethe, secondo il quale più aumenta la conoscenza più aumenta la consapevolezza dell'ignoto, e si accenna al teorema di incompletezza di Kurt Goedel. Tutto ciò ci porta a dire quanto gli scienziati sanno da alcuni secoli, ovvero che la conoscenza scientifica é una costruzione instabile, soggetta a continua revisione e che ha la sua giustificazione nei risultati che ci dà.

"Ma è vero che, per essere bravi ma­tematici, bisogna essere atei?" si chiede il bravo intervistatore. Ovviamente no, risponde il Girardi, e io con lui. Anche se a me verrebbe da chiedere al Dell'Aglio da dove gli sia venuta questa balzana idea.

Girardi invece dice che chi ab­bina matematica e ateismo cerca di confondere i piani. Non si limita ad affermare "So di non sapere". Fa u­na professione di fede a rovescio. E fin qui sono perfettamente d'accordo. Il problema é il passo successivo: può essere soltanto un caso che tutto funzioni in questa maniera? Si chiede Giradi, che si risponde: Esi­stono una serie di indicazioni mol­to precise – segni, segnali e "punta­tori" – sparse dovunque, che danno un altro significato a tutto quello che troviamo e vediamo.

Ma Girardi! Ti si può rispondere con le tue stesse parole (adattate allo scopo): Chi ab­bina matematica e teismo cerca di confondere i piani. Non si limita ad affermare "So di non sapere". Fa u­na professione di fede.

Perché mai sarebbe sciocco usare la matematica per dimostrare l'inesistenza di un dio, mentre sarebbe astuto usarla per dimostrarne l'esistenza?

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