Una lettura scomoda

La relazione annuale sulla 'Ndrangheta, approvata alla unanimità dalla "Commissione Parlamentare di inchiesta sul fenomeno della criminalità organizzata mafiosa e similare" nella seduta del 19 febbraio 2008, è disponibile in una serie di documenti in formato pdf sul sito della Camera.

Da varesotto, non posso evitare di saltare al capitolo sette, dove si parla della colonizzazione del nostro territorio.

A pagina 191 e seguenti:

... in Lombardia la ‘ndrangheta era l’organizzazione più potente, ... operazioni quali Wall Street e Nord-Sud ... Count Down ... dell’ottobre 1994 e l’operazione Fiori della Notte di San Vito, del
novembre 1996, riguardante il clan Mazzaferro, sono sfociate nei grandi dibattimenti sino ai primi anni del 2000 che si sono conclusi con centinaia di condanne.

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Da allora nessun’altra indagine approfondita di impulso parlamentare si è occupata degli insediamenti mafiosi in Lombardia nonostante il nord del Paese e Milano siano stati investiti da grandi processi di trasformazione economici e sociali, di deindustrializzazione di intere aree e periferie urbane e, in questi cambiamenti, le mafie abbiano riguadagnato silenziosamente ma progressivamente terreno.

Le ‘ndrine sono state in grado di recuperare il terreno perduto grazie ad una strategia operativa che ha evitato manifestazioni eclatanti di violenza, tali da attirare l’attenzione e divenire controproducenti, attuando piuttosto un’infiltrazione ambientale anonima e mimetica tale da destare minor allarme sociale e da far assumere alle cosche e ai loro capi le forme
rassicuranti di gestori e imprenditori di attività economiche e finanziarie del tutto lecite.

In tal modo si è realizzato un controllo ambientale che, in sentenze già passate in giudicato, è stato definito “selettivo” e cioè strettamente funzionale nel suo “stile” al raggiungimento degli scopi del programma criminoso in un’area geografica giustamente ritenuta diversa per cultura,
mentalità e abitudini rispetto a quella di origine. Non per questo un controllo meno pericoloso in quanto più idoneo, proprio per la sua invisibilità, a rimanere occulto e ad essere meno oggetto di risposte tempestive da parte delle forze dell’ordine e della società civile.
La strategia di “inabissamento” di queste cosche invisibili che sono riuscite a riprodursi nonostante i colpi loro inferti dalle grandi indagini degli anni ’90 è stata favorita da un insieme di condizioni.

In sintesi i fattori che negli ultimi anni hanno giocato a vantaggio delle cosche operanti in Lombardia possono essere i seguenti:
  • la capacità delle cosche, e soprattutto quelle calabresi per la loro strutturazione familistica di tipo orizzontale, di rigenerarsi tramite l’entrata in gioco di figli e familiari di capi-cosca arrestati e condannati all’ergastolo o a pene elevatissime a seguito dei processi degli anni ’90. In pratica ogni cosca, da quella di Coco Trovato a quella di Antonio Papalia a quella dei Sergi, ha visto il formarsi, sotto la guida dei capi detenuti, di una nuova generazione;
  • le scarse risorse specializzate messe in campo dallo Stato in Lombardia e in genere nel Nord-Italia per combattere la mafia. Basti pensare ad un distretto come quello di Milano che comprende anche città con forte presenza mafiosa come Como, Lecco, Varese e Busto Arsizio, con le forze in campo costituite da poco più di 200 uomini: 40 uomini del R.O.S. Carabinieri, 50 uomini del G.I.C.O., 55 dello S.C.O. della Polizia di Stato cui si aggiungono 68 uomini della D.I.A. che ha competenza peraltro su tutta la Lombardia;
  • l’insufficienza di uomini, più volte denunziato dai rappresentanti della D.D.A. è pari all’insufficienza di mezzi, causa spesso del rallentamento di alcune indagini;
  • altro elemento che ha influito soprattutto nell’opinione pubblica è rappresentato dall’esplosione, negli ultimi anni, del tema della percezione della sicurezza che, soprattutto in un’area come Milano e il suo hinterland ha spostato l’attenzione sulla microcriminalità in genere collegata alla presenza di stranieri e di altri soggetti operanti sul terreno della devianza sociale. E ciò, nonostante l’incessante lavoro e i risultati importanti ottenuti dalla D.D.A.
In questo contesto di “disattenzione” le cosche hanno scelto come sempre le attività criminose più remunerative con minori rischi e hanno evitato, per quanto possibile ma con successo, le faide interne e i regolamenti di conti che avevano preceduto soprattutto con sequele impressionanti di omicidi le indagini degli anni ’90 e che avevano avuto l’effetto di suscitare un immediato e controproducente allarme sociale.

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La Lombardia è da sempre retroterra strategico dei più importanti sodalizi criminali calabresi e gli eventi registrati offrono ulteriori riscontri per quanto concerne la massiccia presenza nella regione di soggetti legati alla ‘ndrangheta, con interessi, come si vedrà, principalmente nel settore del traffico di stupefacenti, nella gestione dei locali notturni e nell’infiltrazione all’interno dell’imprenditoria edilizia.

Anche per la ‘ndrangheta, sul territorio lombardo, prevale una strategia di un basso profilo di esposizione, pur non mancando atti violenti, quali l’agguato in viale Tibaldi di Milano, dell’aprile 2007, ove un pregiudicato calabrese è stato ferito con colpi di arma da fuoco per motivi forse correlabili alle attività illegali del caporalato, che sembra costituire un mercato in espansione per la ‘ndrangheta.
Non sono neppure mancati episodi estorsivi, che hanno coinvolto pregiudicati di origine calabrese, con interessi nel campo dell’edilizia a Caronno Pertusella (VA).

Tuttavia l’aspetto militare, pur se cautelativamente messo in sonno, non è certo stato abbandonato dalla strategia dei gruppi calabresi e si ha almeno un esempio di tale potenzialità dal sequestro di un imponente arsenale a disposizione della ‘ndrangheta calabrese rinvenuto in un garage di Seregno nell’ambito dell’operazione “Sunrise” nel giugno 2006. L’arsenale era a disposizione di Salvatore Mancuso e del suo gruppo appartenente al clan di Limbadi (VV) da tempo sbarcato in Brianza. Un vero e proprio deposito di armi micidiali: kalashnikov, mitragliatori Uzi, Skorpion, munizioni e cannocchiali di precisione, bombe a mano. Le
attività criminali accertate sono state le truffe, il traffico di droga e l’associazione a delinquere finalizzata all’usura. Il prosieguo dell’indagine consentiva l’ulteriore arresto complessivamente di 32 persone, originarie del Vibonese, indiziate di traffico di droga, usura e truffe. Le attività usurarie venivano praticate attraverso un membro dell’organizzazione, titolare di imprese edili ed altre società, che erogava a imprenditori in difficoltà prestiti con interessi fino al 730%.

Le truffe avvenivano, con meccanismi complessi di mancati pagamenti, ai danni di società di lavoro interinale, conseguendo illeciti introiti per oltre 800 mila euro.

Le indagini hanno messo in luce anche un elevatissimo gettito, proveniente dalle attività estorsive e valutato in circa 3 milioni di euro.

Da quanto detto consegue che l’attività assolutamente prevalente, quella che si potrebbe dire di “accumulazione primaria”, rimane l’introduzione e la vendita di partite di sostanze stupefacenti, in assoluta prevalenza cocaina, canalizzate in Italia tramite i contatti anche stabili e “residenziali” delle cosche con i fornitori operanti nell’area della Colombia e del Venezuela.

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Estremamente significativa dell’incidenza del monte di affari prodotti dai traffici di cocaina è il riciclaggio in attività imprenditoriali e la capacità di gruppi con i propri capi condannati all’ergastolo di rimpadronirsi in pochi anni del territorio. Lo ha dimostrato l’indagine “Soprano” che ha visto nel dicembre del 2006 l’arresto, ad opera della Polizia di Stato e della Guardia di Finanza, di 37 persone146 appartenenti alla famiglia Coco Trovato.

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Vincenzo Falzetta, sempre secondo la misura cautelare, era anche l’uomo di riferimento del gruppo sul piano finanziario e imprenditoriale, avendo assunto per conto della cosca, tramite varie società, la gestione di numerosi locali pubblici a Milano tra cui la nota discoteca Madison, il ristorante Bio Solaire e la discoteca estiva Cafè Solaire, sita strategicamente nei pressi dell’Idroscalo.

Si era così costituita una catena di locali pubblici, in cui fra l’altro lavoravano quasi solo parenti o persone legate alla “famiglia”, che rispondevano ad una pluralità di esigenze: riciclare la liquidità in eccesso, spacciare all’interno di essi o intorno ad essi altra cocaina e usare i locali, al riparo da occhi indiscreti, per riunioni strategiche, alcune delle quali finalizzate a discutere addirittura il reimpiego in grosse attività immobiliari in Sardegna dei proventi della bancarotta di società finanziarie messe in piedi dalle cosche in Svizzera.

L’enorme liquidità in eccesso prodotta dai traffici di cocaina e in misura minore ma significativa dalle estorsioni viene canalizzata, secondo i dati che provengono dalle principali strutture investigative e fra di esse la D.I.A., in alcuni settori produttivi ed economici attraverso imprese apparentemente legali.

Si tratta del settore dell’edilizia nel quale va compreso sia a Milano sia nell’hinterland quello degli scavi e del movimento terra, delle costruzioni vere e proprie, sino all’intermediazione realizzata da agenzie immobiliari collegate, del settore ristoranti e bar, del settore delle agenzie che forniscono addetti ai servizi di sicurezza, soprattutto per locali pubblici e discoteche; del settore dei servizi di logistica, cioè il facchinaggio e la movimentazione di merci, con la gestione di società cooperative, come quelle controllate dalle cosche presso l’Ortomercato di Milano.

[qui c'è una nota che mi pare importante: Nel settore dell’edilizia privata, sottoposto soprattutto nell’hinterland ad un controllo quasi monopolistico da parte delle cosche, il meccanismo di intervento che esprime tale controllo ed è stato già riconosciuto in alcune sentenze, è quasi sempre il medesimo. Inizialmente società operanti con capitali mafiosi ma intestate a prestanomi incensurati ed apparentemente privi di collegamento con i clan acquistano terreni agricoli ottenendo poi dai Comuni le relative licenze edilizie e facendo fronte agli oneri di urbanizzazione primaria e secondaria. In un secondo momento le stesse società affidano la costruzione di unità immobiliari, attraverso contratti di appalto, a società in cui compaiono invece imprenditori o loro familiari legati in modo più diretto ai gruppi della ‘ndrangheta. Il pagamento del contratto di appalto non avviene poi in denaro bensì con la cessione di una quota, di solito il 50%, delle unità immobiliari costruite che l’impresa costruttrice vende subito ad altre società immobiliari anch’esse legate ai clan che rivendono a privati. Tale meccanismo consente quindi di porre degli schermi di salvaguardia tali da non attirare troppo l’attenzione sul reale beneficiario finale dell’attività edilizia e tutte le società coinvolte, che si alimentano con continui ingenti finanziamenti soci con i quali poi vengono pagate le reciproche prestazioni, hanno la possibilità di nascondere l’origine di somme provenienti dai traffici illeciti e di ottenere in modo abbastanza semplice flussi di denaro pulito.]

Storicamente, però, per le cosche calabresi l’edilizia rappresenta il settore primario che consente, fra l’altro, di utilizzare anche mano d’opera a bassa specializzazione e di sviluppare e controllare fenomeni quali il caporalato delle braccia. Questa attività criminale sfrutta da anni manodopera clandestina giunta sulle coste crotonesi e catanzaresi con le carrette del mare e fatta fuoriuscire dai CPT di Crotone e Rosarno.

Anche nell’edilizia non mancano le estorsioni in danno di concorrenti o di imprese riottose. Lo testimoniano incendi in cantieri o danneggiamenti di attrezzature che vengono segnalati soprattutto nell’hinterland.

Tuttavia persino le minacce estorsive non sono necessarie quando, come nella maggioranza dei casi, si verte in realtà in una situazione di completo monopolio ed in ampie zone della Brianza o del triangolo Buccinasco-Corsico-Trezzano non è nemmeno pensabile che qualcuno con proprie offerte o iniziative “porti via il lavoro” alle cosche calabresi che hanno le loro imprese diffuse sull’intero territorio.

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Lo scenario dell’indagine chiamata Dirty Money, resa possibile da una stretta collaborazione tra le autorità elvetiche e quelle italiane, vede, secondo la ricostruzione dell’accusa, la presenza della cosca Ferrazzo di Mesoraca (KR) ramificatasi in Lombardia tra Varese e Ponte Tresa e in
Svizzera a Zurigo. Proprio qui vengono allestite due grosse “lavatrici”, e cioè due società finanziarie, la WSF AG e la PP FINANZ AG che dovevano occuparsi di raccogliere i capitali di investitori svizzeri e internazionali per intervenire sul mercato Forex ed operare transazioni su
divise.

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Le indagini attualmente più significative evidenziano preoccupanti segnali della persistente presenza di organizzazioni di tipo mafioso, che, soprattutto nell’area metropolitana di Milano e nelle province confinanti, si caratterizzano più per una capillare occupazione di interi settori della vita economica e politico-istituzionale, che per la tradizionale e brutale gestione militare del territorio in connessione con le attività tipiche delle associazioni mafiose: dal traffico di stupefacenti all’usura, allo sfruttamento della prostituzione e alle estorsioni in danno dei pubblici esercizi, ecc..

In sostanza, nelle zone a più alta densità criminale, Rozzano, Corsico, Buccinasco, Cesano Boscone, per citarne alcuni, le tradizionali famiglie malavitose di origine meridionale, sempre più saldamente radicate al territorio, hanno iniziato a gestire e a sfruttare le zone di influenza, stringendo, dal punto di vista istituzionale, alleanze con spregiudicati gruppi politico-affaristici e, dal punto di vista economico, inserendosi nel campo imprenditoriale con illimitate disponibilità economiche.

Altra indagine di rilievo nasce dagli accertamenti espletati dal R.O.S. Carabinieri, in aggiunta a quelli già svolti dalla D.I.A. in relazione ad un esposto anonimo, che segnalava inquietanti rapporti tra personaggi di un Comune dell’hinterland milanese e gruppi malavitosi organizzati di stampo mafioso localizzati nel medesimo comune e in quelli limitrofi.

Le più recenti acquisizioni investigative hanno anche confermato l’esistenza in un altro Comune dell’hinterland milanese di un gruppo politico-affaristico ed un continuo riferimento ai “calabresi”, anche in relazione alle recenti elezioni amministrative.

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Avvalendosi delle potenzialità fornite dalla prima piazza economicofinanziaria a livello nazionale, la ‘ndrangheta attua il riciclaggio e/o il reimpiego dei proventi derivanti dalla gestione, anche a livello internazionale, di attività illecite (traffico di sostanze stupefacenti, armi ed esplosivi, immigrazione clandestina, turbativa degli incanti, ecc.), inserendosi insidiosamente nel tessuto economico legale, grazie all'esercizio di imprese all’apparenza lecite (esercizi commerciali, ristoranti, imprese edili, di movimento terra, ecc).

La prevalenza criminale calabrese, peraltro, non è mai sfociata in assoluta egemonia, sicché altre organizzazioni italiane (Cosa nostra, Camorra e Sacra Corona Unita) e straniere (albanesi, cinesi, nord africane, ecc.) con essa convivono e si rafforzano, generando l’attuale situazione di massima eterogeneità.

In definitiva, quanto alle caratteristiche peculiari delle organizzazioni criminali monitorate, è stato possibile individuare due distinte realtà territoriali, le quali hanno, però, mostrato un’incidenza criminale omogenea:
  • Milano ed il suo hinterland, quale centro nevralgico della gestione di attività illecite aventi connessioni con vaste zone del territorio nazionale;
  • area brianzola (Province di Milano, Como e Varese), dove il denaro proveniente dalle attività illecite viene reinvestito in considerazione della “felice” posizione geografica che la vede a ridosso del confine con la Svizzera e della ricchezza del tessuto economico che la caratterizza.
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Geograficamente il territorio lombardo può essere così suddiviso:
  • A Milano ed hinterland opera attivamente la Cosca Morabito-Palamara-Bruzzaniti, che, tra l’altro, “utilizza” varie società aperte presso l’ortomercato, per fare arrivare nella metropoli ingenti “carichi di neve”, la cui domanda si è capillarmente diffusa tra i vari ceti sociali.
  • A Monza le “famiglie” Mancuso, Iamonte, Arena e Mazzaferro;
  • A Bergamo, Brescia e Pavia le “famiglie” Bellocco e Facchineri;
  • A Varese, Tradate e Venegono le “famiglie” Morabito e Falzea;
  • A Busto Arsizio e Gallarate la “famiglia” Sergi.
Le categorie economiche maggiormente a rischio di infiltrazione da parte della criminalità organizzata si possono indicare così:
  • costruzioni edili attraverso piccole aziende a non elevato contenuto tecnologico, che si avvalgono della compiacenza di assessori ed amministratori locali amici e si infiltrano negli appalti pubblici;
  • autorimesse e commercio di automobili;
  • bar, panetterie, locali di ristorazione;
  • sale videogiochi, sale scommesse e finanziarie;
  • stoccaggio e smaltimento rifiuti;
  • discoteche, sale bingo, locali da ballo, night clubs e simili (che implicano possibilità di conseguire ingenti incassi e di fare “girare” droga);
  • società di trasporti;
  • distributori stradali di carburante;
  • servizi di facchinaggio e pulizia;
  • servizi alberghieri;
  • centri commerciali;
  • società di servizi, in specifico, quelle di pulizia e facchinaggio.
I canali attraverso i quali viene “lavato” il denaro appaiono i più ingegnosi e diversificati. Recenti inchieste, ad esempio, raccontano che le cosche sono sempre più interessate ai cosiddetti Money Transfert, gli sportelli da cui gli stranieri inviano denaro all’estero. Sul territorio nazionale restano gli euro puliti dei lavoratori extracomunitari, fuori dai confini si volatilizzano i soldi sporchi. Altro canale utilizzato è quello dei supermercati e dei loro scontrini. I registratori di cassa, emettono ricevute a raffica, anche con qualche cifra in più; così gli ‘ndranghetisti stanno aprendo catene di negozi e centri commerciali in società con cinesi. Altro settore su cui scommette la criminalità calabrese è quello dei giochi: nell’anno 2006, in Lombardia, i locali specializzati hanno fatturato 4,6 miliardi di euro, laddove le sale scommesse (54 in Lombardia, 41 in Milano e provincia) hanno registrato 1,5 miliardi di euro di puntate, il 55% in più rispetto all’anno precedente.

Le cosche calabresi hanno fatto un definitivo salto di qualità, non limitandosi più a dare vita a delle s.r.l., ma anche a S.p.A., acquisendo, come nelle società quotate in borsa, i trucchi della scatole cinesi.

La ‘ndrangheta è diventata, peraltro, una autentica banca parallela, “aiutando” imprenditori in difficoltà, offrendo fideiussioni bancarie e prestiti.

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La ‘ndrangheta ha costruito una rete fatta di broker e commercialisti, avvocati e dirigenti di banca: una mafia “invisibile” più profusa alle transazioni online che ai picchetti armati ed alle estorsioni (in Lombardia, l’unica faida in corso insanguina la provincia di Varese, zona calda per la presenza dell’aeroporto di Malpensa) e le armi che continuano a pervenire dall’est europeo e dalla Svizzera vengono riposte negli arsenali.

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A Milano ed in Lombardia, più che altrove, l’aggressione al cuore economico delle mafie deve rappresentare la vera sfida.

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