Perché Giorgio Ambrosoli è stato ucciso?
A questa scomoda domanda Giulio Andreotti ha risposto così: "Questo è difficile, non voglio sostituirmi alla polizia o ai giudici, certo è una persona che in termini romaneschi se l'andava cercando".
Questa frase mi ha raggelato ma non sopreso. E' nel personaggio.
Quello che invece ho trovato sorprendente, e mi ha rincuorato, è stata la reazione. Nessuno, per quanto ho visto, ha provato a difendere questa uscita, e Andreotti ha dovuto smentirsi, dichiarando di essere stato frainteso "intendevo fare riferimento ai gravi rischi ai quali il dottor Ambrosoli si era consapevolmente esposto", dice ora.
Neanch'io mi voglio sostituire alla polizia o ai giudici, ma basta ascoltare le registrazioni di due telefonate fatta dall'assassino di Ambrosoli alla sua vittima per farsi un'idea della vicenda.
Dagli al porcellum
Siamo probabilmente l'unico Paese al mondo con una legge elettorale che grugnisce.
Se è tutto sommato normale che in una democrazia ci siano gruppi che non si sentano rappresentati adeguatamente dalla legge elettorale, e magari la chiamano pure con nomignoli malevoli, noi abbiamo il discutibile privilegio di averne una che è stata definita "porcata" da uno di coloro che l'ha pensata. Porcata intenzionale, dunque, e a suo modo certificata.
Seguendo questo link si arriva sulla pagina di Libertà e Giustizia dove si può firmare un appello per cambiare questa suinesca legge.
Il passo successivo di LeG sarà quello di raccogliere firme per una legge di iniziativa popolare con lo scopo di tornare alla legge precedente, nota come mattarellum. Che non sarà stata uno splendore, ma al confronto di quella corrente è una meraviglia.
Se è tutto sommato normale che in una democrazia ci siano gruppi che non si sentano rappresentati adeguatamente dalla legge elettorale, e magari la chiamano pure con nomignoli malevoli, noi abbiamo il discutibile privilegio di averne una che è stata definita "porcata" da uno di coloro che l'ha pensata. Porcata intenzionale, dunque, e a suo modo certificata.
Seguendo questo link si arriva sulla pagina di Libertà e Giustizia dove si può firmare un appello per cambiare questa suinesca legge.
Il passo successivo di LeG sarà quello di raccogliere firme per una legge di iniziativa popolare con lo scopo di tornare alla legge precedente, nota come mattarellum. Che non sarà stata uno splendore, ma al confronto di quella corrente è una meraviglia.
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Playold
Probabilmente non ha molto senso commentare l'ennesima uscita del battutaro che ci rappresenta al mondo dal punto di vista della decenza e opportunità.
Giusto per dare il contesto: questa volta ha parlato a EuroMed Forum 2010, in teoria una occasione importante, soprattutto per chi pensa che l'Europa dovrebbe migliorare le proprie connessioni con i Paesi che si affacciano sul Mediterraneo. E almeno bisogna dire che Berlusconi è riuscito a dare un po' più di visibilità all'evento, dato che purtroppo, senza la sua battuta da bar, temo che si sarebbe parlato ancora meno della cosa.
Il numero da avanspettacolo s'è basato sul solito repertorio, il nostro presidente del consiglio non sarebbe più un giovinotto ma è comunque interessato alle belle donne, quindi chiede ai partecipanti che intendono recarsi in Italia per fare affari di portarsele dietro, in modo da ottenere vantaggi competitivi, immagino.
Solito squallore, come dicevo, niente di nuovo. Battuta parallela a quella, sempre del medesimo intrattenitore, che cercava di convincere imprenditori americani a venire in Italia dato che noi abbiamo belle segretarie.
Il fatto che mi ha spinto a scrivere questo post è l'uso creativo della lingua inglese, idioma poco familiare al cavaliere nero e che pure si ostina a utilizzare, che ha visto la creazione di un nuovo significato al termine playold. Per chi si chiedesse cosa diamine può voler dire playold, giunge la spiegazione che sarebbe in contrapposizione con playboy. Un playboy invecchiato sarebbe un playold, dunque. A parte che la figura di playboy invecchiato mette una tristezza infinita, l'inglese prevede già termini che facciano a meno del "boy" per indicare la stessa propensione a vivere la vita in modo sregolato senza averne più l'età. Ad esempio il termine womanizer è piuttosto diffuso e direi che rende bene l'idea.
A me spiace che a playold sia stato dato questo significato balengo perché già da tempo è un termine che viene utilizzato in riferimento a quei vecchi giochi per computer nati per piattaforme ora non più disponibili e che sopravvivono grazie a emulazioni in genere messe a disposizione da affezionati giocatori. Una passione completamente diversa, dunque, che mi pare svilita da quest'uso.
Giusto per dare il contesto: questa volta ha parlato a EuroMed Forum 2010, in teoria una occasione importante, soprattutto per chi pensa che l'Europa dovrebbe migliorare le proprie connessioni con i Paesi che si affacciano sul Mediterraneo. E almeno bisogna dire che Berlusconi è riuscito a dare un po' più di visibilità all'evento, dato che purtroppo, senza la sua battuta da bar, temo che si sarebbe parlato ancora meno della cosa.
Il numero da avanspettacolo s'è basato sul solito repertorio, il nostro presidente del consiglio non sarebbe più un giovinotto ma è comunque interessato alle belle donne, quindi chiede ai partecipanti che intendono recarsi in Italia per fare affari di portarsele dietro, in modo da ottenere vantaggi competitivi, immagino.
Solito squallore, come dicevo, niente di nuovo. Battuta parallela a quella, sempre del medesimo intrattenitore, che cercava di convincere imprenditori americani a venire in Italia dato che noi abbiamo belle segretarie.
Il fatto che mi ha spinto a scrivere questo post è l'uso creativo della lingua inglese, idioma poco familiare al cavaliere nero e che pure si ostina a utilizzare, che ha visto la creazione di un nuovo significato al termine playold. Per chi si chiedesse cosa diamine può voler dire playold, giunge la spiegazione che sarebbe in contrapposizione con playboy. Un playboy invecchiato sarebbe un playold, dunque. A parte che la figura di playboy invecchiato mette una tristezza infinita, l'inglese prevede già termini che facciano a meno del "boy" per indicare la stessa propensione a vivere la vita in modo sregolato senza averne più l'età. Ad esempio il termine womanizer è piuttosto diffuso e direi che rende bene l'idea.
A me spiace che a playold sia stato dato questo significato balengo perché già da tempo è un termine che viene utilizzato in riferimento a quei vecchi giochi per computer nati per piattaforme ora non più disponibili e che sopravvivono grazie a emulazioni in genere messe a disposizione da affezionati giocatori. Una passione completamente diversa, dunque, che mi pare svilita da quest'uso.
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Atlantide - l'ultima verità
M'é capitato tra le mani il libro di Jim Allen "Atlantis, the Andes solution" che è stato pubblicato in Italia dalla Sperling & Kupfer con il titolo troppo facilmente smentibile di "Atlantide - l'ultima verità" (il libro è del 1998 e da allora di "verità" su Atlantide ne sono venute fuori parecchie altre).
OK, si tratta di un cumulo di sciocchezze. Ma, in un qualche suo particolare modo, anche questo testo ha qualcosa di interessante da offrire. Almeno così m'è parso.
Già la prefazione, una paginetta scarsa del colonnello John Blashford-Snell (JBS), mostra quale possa essere l'atteggiamento più condiscendente che si possa tenere nei confronti dell'autore. Il colonnello ci dice che "Allen ha sicuramente scoperto qualcosa". Su cosa sia mai questo qualcosa, JBS non si sbilancia.
Che dire, Allen ha una idea perlomeno bizzarra, ma almeno riesce a mantenere una certa onestà nel raccontare i fatti, e non si fa problemi di citare fatti che il lettore può ben interpretare in deciso contrasto con quella che è la sua tesi.
Dunque, secondo lui, Atlantide sarebbe stata in Bolivia.
Perché lì? Perchè il vero nome del Sudamerica è Atlantis! O almeno, sarebbe stato il "nome più logico", dato che un quarto dell'antico impero inca era chiamato Antisuyo, il regno degli Anti, e che Atl è il termine che nella lingua azteca nahuatl significa acqua. E dato che l'acqua era fondamentale nella civiltà azteca come pure in quella inca, un nome che metta insieme l'acqua e il nome di un popolo è certamente il nome più adatto per quel subcontinente.
Ipotesi affascinante, ma evidentemente priva di ogni fondamento. E soprattutto priva di ogni riscontro. E diciamo pure che è priva di ogni logica, se non quella di volere a tutti i costi sostenere ciò che è in realtà indifendibile.
Dopo qualche pagina in cui Jim dà confuse spiegazioni sul come sia arrivato a identificare la zona, ci dice come stanno davvero le cose: "In realtà, avevo sempre avuto un remoto, romantico interesse nei confronti dell'America del Sud".
Insomma, il buon Jim voleva che Atlantide fosse in Sudamerica e ha cercato di fare in modo di estrapolare dalle sue fonti quanto potesse avvalorare la sua ipotesi. Ha perciò minimizzato i fatti contrari e magnificato quelli favorevoli. In pratica il risultato è un simpatico esercizio di stile ma con una rilevanza scientifica prossima allo zero.
La parte migliore del libro è, secondo me, il decimo capitolo in cui l'autore racconta la sua "spedizione" alla ricerca di Atlantide. In pratica è andato come turista in Bolivia, ha ottenuto, con gran fatica, una fotografia aerea della zona. Ha noleggiato un fuoristrada, ha raggiunto, dopo qualche contrattempo, la zona, ha scattato alcune foto e ha misurato, contando i passi, la larghezza di un canale. Maggiori ossevazioni sono state impedite da un cane selvatico di cui Jim ha temuto il morso.
Ma anche il capitolo successivo non è male. Lì si raccontano le traversie che hanno preceduto la rivelazione al mondo del fatto che Atlantide sarebbe in Bolivia. Il buon Jim ha chiesto aiuti a destra e a manca per supportare la sua intuizione, e ha avuto pure saggi consigli come questo: "se vuole avere un finanziamento per studiare Atlantide in Bolivia, non faccia menzione di Atlantide", Jim capisce che è ragionevole "ma io ovviamente non lo seguii" dato che non vuole tanto studiare la zona, quanto divulgare la notizia sulla locazione di Atlantide.
Penso che sia proprio questo il problema di Jim: non capisce il metodo scientifico. Se davvero Atlantide fosse in Bolivia, il modo migliore di provarlo sarebbe quello di andare in loco, studiare la località, trovare reperti. Dai risultati sul campo seguirebbe poi l'interpretazione più naturale (che a mio parere potrebbe comunque difficilmente essere in linea con le aspettative di Jim).
L'approccio antiscientifico di Jim evidentemente cozza con l'impostazione culturale degli interlocutori che si cerca. Jim ci racconta di una serie di stroncature che ha ricevuto, compresa quella in cui il suo lavoro viene definito far parte della "frangia folle dell'archeologia" - cosa non difficile da sostenere, del resto.
OK, si tratta di un cumulo di sciocchezze. Ma, in un qualche suo particolare modo, anche questo testo ha qualcosa di interessante da offrire. Almeno così m'è parso.
Già la prefazione, una paginetta scarsa del colonnello John Blashford-Snell (JBS), mostra quale possa essere l'atteggiamento più condiscendente che si possa tenere nei confronti dell'autore. Il colonnello ci dice che "Allen ha sicuramente scoperto qualcosa". Su cosa sia mai questo qualcosa, JBS non si sbilancia.
Che dire, Allen ha una idea perlomeno bizzarra, ma almeno riesce a mantenere una certa onestà nel raccontare i fatti, e non si fa problemi di citare fatti che il lettore può ben interpretare in deciso contrasto con quella che è la sua tesi.
Dunque, secondo lui, Atlantide sarebbe stata in Bolivia.
Perché lì? Perchè il vero nome del Sudamerica è Atlantis! O almeno, sarebbe stato il "nome più logico", dato che un quarto dell'antico impero inca era chiamato Antisuyo, il regno degli Anti, e che Atl è il termine che nella lingua azteca nahuatl significa acqua. E dato che l'acqua era fondamentale nella civiltà azteca come pure in quella inca, un nome che metta insieme l'acqua e il nome di un popolo è certamente il nome più adatto per quel subcontinente.
Ipotesi affascinante, ma evidentemente priva di ogni fondamento. E soprattutto priva di ogni riscontro. E diciamo pure che è priva di ogni logica, se non quella di volere a tutti i costi sostenere ciò che è in realtà indifendibile.
Dopo qualche pagina in cui Jim dà confuse spiegazioni sul come sia arrivato a identificare la zona, ci dice come stanno davvero le cose: "In realtà, avevo sempre avuto un remoto, romantico interesse nei confronti dell'America del Sud".
Insomma, il buon Jim voleva che Atlantide fosse in Sudamerica e ha cercato di fare in modo di estrapolare dalle sue fonti quanto potesse avvalorare la sua ipotesi. Ha perciò minimizzato i fatti contrari e magnificato quelli favorevoli. In pratica il risultato è un simpatico esercizio di stile ma con una rilevanza scientifica prossima allo zero.
La parte migliore del libro è, secondo me, il decimo capitolo in cui l'autore racconta la sua "spedizione" alla ricerca di Atlantide. In pratica è andato come turista in Bolivia, ha ottenuto, con gran fatica, una fotografia aerea della zona. Ha noleggiato un fuoristrada, ha raggiunto, dopo qualche contrattempo, la zona, ha scattato alcune foto e ha misurato, contando i passi, la larghezza di un canale. Maggiori ossevazioni sono state impedite da un cane selvatico di cui Jim ha temuto il morso.
Ma anche il capitolo successivo non è male. Lì si raccontano le traversie che hanno preceduto la rivelazione al mondo del fatto che Atlantide sarebbe in Bolivia. Il buon Jim ha chiesto aiuti a destra e a manca per supportare la sua intuizione, e ha avuto pure saggi consigli come questo: "se vuole avere un finanziamento per studiare Atlantide in Bolivia, non faccia menzione di Atlantide", Jim capisce che è ragionevole "ma io ovviamente non lo seguii" dato che non vuole tanto studiare la zona, quanto divulgare la notizia sulla locazione di Atlantide.
Penso che sia proprio questo il problema di Jim: non capisce il metodo scientifico. Se davvero Atlantide fosse in Bolivia, il modo migliore di provarlo sarebbe quello di andare in loco, studiare la località, trovare reperti. Dai risultati sul campo seguirebbe poi l'interpretazione più naturale (che a mio parere potrebbe comunque difficilmente essere in linea con le aspettative di Jim).
L'approccio antiscientifico di Jim evidentemente cozza con l'impostazione culturale degli interlocutori che si cerca. Jim ci racconta di una serie di stroncature che ha ricevuto, compresa quella in cui il suo lavoro viene definito far parte della "frangia folle dell'archeologia" - cosa non difficile da sostenere, del resto.
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Requiem K.626
L'altro sabato sono andato in chiesa - cosa che invero mi capita piuttosto di rado - dato che era in programma la Messa da Requiem K.626 di Mozart.
Sinceramente non mi aspettavo molto e quindi posso dire che sono rimasto contento. Certo non poteva essere una cosa come questa che si vede nel filmato qui sotto (è solo il Dies Irae, non tutta la messa), con Sir Colin Davis in azione all'opera di Stato di Dresda ...
... il paragone evidentente non si pone. Impossibile fare una qualcosa anche lontanamente paragonabile in quel di Tradate. Però qualche cosettina potrebbe anche essere migliorabile.
Prima cosa, la location. La chiesa di Santo Stefano non è il massimo come acustica, e quindi solo i pochi che sono riusciti ad accaparrarsi i posti migliori hanno potuto sentire bene l'esecuzione. Se ricordo bene, ai tempi quando era stato restaurato il cinema comunale si diceva che aveva un'ottima acustica. Se fosse vero, e dovrebbe essere facile verificarlo, perché non utilizzarlo per eventi come questo? Pensandoci meglio, perché non usarlo per tutti i vari concerti e concertini che spesso si fanno in giro per il paese, con gran scassamento per chi non è interessato?
Ma torniamo alla chiesa e al requiem: gran successo di pubblico. Non me l'aspettavo, ma effettivamente non avevo calcolato la torma di amici e parenti. A posteriori non ho potuto fare a meno di notare che, dato l'organico piuttosto esteso (anche se non come quello del filmato), sarebbe stato ragionevole attendersi questo risultato. Detto per inciso, ma perché non se ne stanno a casa, invece? A gran parte del pubblico, per lo meno per quanto ho potuto sentire dai miei vicini, poco interessava della performance in sé, quanto vedere il proprio beniamino: alcuni tifavano per il tenore, altri erano lì per il marito della Gina - che, ahimè, non ho potuto capire chi fosse.
D'altro canto il fatto che si trattasse di un pubblico uso a partecipare a questi eventi, anche se per un fine un poco eterodosso, ha fatto sì che si mantenesse un ammirevole silenzio nelle pause tra un brano e l'altro.
Altro punto, l'introduzione del padrone di casa. Anche questa una seccatura ma anche questa difficile pensare che ci potesse essere risparmiata. Tra i temi trattati mi è sembrato interessante l'accenno al fatto che la serata abbia attratto anche persone non direttamente collegate all'organico. Il buon uomo non è riuscito a trattenere un certo stupore nel comunicarci che era presente gente che aveva scoperto per caso cosa sarebbe successo quella sera.
Perdinci e perbacco. Non ci si aspettava nemmeno che arrivasse gente attratta dal programma. Non è un buon presupposto per una esecuzione memorabile.
Finiti i commenti al contorno, passo agli esecutori.
Direzione: Mauro Ivano Benaglia. Tutto bene, direi. Avrei preferito un po' meno impeto - ero lì per sentire la musica, non per vedere gesti atletici del direttore - ma niente di terribile. Certo che se ci risparmiava il discorsetto finale era anche meglio.
La parte strumentale era data dall'Accademia Concertante d'Archi di Milano, che direi si sono comportati molto bene, per quanto ho potuto sentire.
Se capisco bene, il coro è una fusione di due formazioni: la Corale Polifonica San Leonardo Murialdo di Milano e la Schola Cantorum Ars Nova di Cerro Maggiore. Tutto sommato niente male. C'era solo un elemento che avrei preferito tacesse. Per la miseria, si sentiva solo lui. Una voce stentorea che si staccava dal resto del coro, e purtroppo non era nemmeno particolarmente piacevole all'ascolto. È probabile che, per un qualche strano gioco dell'acustica della chiesa, desse fastidio soprattutto a chi fosse lontano dalle prime file, però è certamente una voce che rovina l'effetto del coro. Bisognerebbe spiegargli che è meglio se risparmia la sua possente voce.
I solisti mi sono sembrati il punto debole (musicale) della serata. Leggo che si tratta del soprano Larissa Yudina, contralto Belinda Marra, tenore Manuel Candiotto (che aveva fan tra i miei vicini), e basso Fernando Braga. Anche qui, forse, gran parte della colpa va alla acustica della chiesa. Fatto sta che il basso era inaudibile, tenore e, soprattutto, soprano non capivo che diamine cantassero, solo del contralto mi pare di poter dire che c'era, in corpo, spirito e voce.
La messa in sé: Ultima opera di Mozart, in realtà solo abbozza per sopraggiunto decesso dell'autore. La leggenda sul fatto che Mozart sia stato ucciso dal perfido Salieri geloso del suo genio è ovviamente e spudoratamente falsa. Altrettanto falso che la messa sia stata pensata da Mozart per il suo stesso funerale. Tutte menzogne, ma rese bene dal film Amadeus di Milos Forman. Caso non isolato di un ammasso di sciocchezze che messe insieme fanno un bel film.
Tornando alla messa da requiem. A mio modesto avviso, nel complesso, c'è di meglio ma, come dire, sempre di Mozart si parla. E Mozart vale sempre bene una messa.
Anche al più pigro e maldisposto consiglierei comunque, se non conosce l'articolo, di spararsi almeno i primi dieci minuti, saltare all'attacco della Lacrimosa Dies Illa e poi magari passare direttamente al finale Lux Aeterna. Giusto per poter dire di sapere di cosa si sta parlando.
Sinceramente non mi aspettavo molto e quindi posso dire che sono rimasto contento. Certo non poteva essere una cosa come questa che si vede nel filmato qui sotto (è solo il Dies Irae, non tutta la messa), con Sir Colin Davis in azione all'opera di Stato di Dresda ...
... il paragone evidentente non si pone. Impossibile fare una qualcosa anche lontanamente paragonabile in quel di Tradate. Però qualche cosettina potrebbe anche essere migliorabile.
Prima cosa, la location. La chiesa di Santo Stefano non è il massimo come acustica, e quindi solo i pochi che sono riusciti ad accaparrarsi i posti migliori hanno potuto sentire bene l'esecuzione. Se ricordo bene, ai tempi quando era stato restaurato il cinema comunale si diceva che aveva un'ottima acustica. Se fosse vero, e dovrebbe essere facile verificarlo, perché non utilizzarlo per eventi come questo? Pensandoci meglio, perché non usarlo per tutti i vari concerti e concertini che spesso si fanno in giro per il paese, con gran scassamento per chi non è interessato?
Ma torniamo alla chiesa e al requiem: gran successo di pubblico. Non me l'aspettavo, ma effettivamente non avevo calcolato la torma di amici e parenti. A posteriori non ho potuto fare a meno di notare che, dato l'organico piuttosto esteso (anche se non come quello del filmato), sarebbe stato ragionevole attendersi questo risultato. Detto per inciso, ma perché non se ne stanno a casa, invece? A gran parte del pubblico, per lo meno per quanto ho potuto sentire dai miei vicini, poco interessava della performance in sé, quanto vedere il proprio beniamino: alcuni tifavano per il tenore, altri erano lì per il marito della Gina - che, ahimè, non ho potuto capire chi fosse.
D'altro canto il fatto che si trattasse di un pubblico uso a partecipare a questi eventi, anche se per un fine un poco eterodosso, ha fatto sì che si mantenesse un ammirevole silenzio nelle pause tra un brano e l'altro.
Altro punto, l'introduzione del padrone di casa. Anche questa una seccatura ma anche questa difficile pensare che ci potesse essere risparmiata. Tra i temi trattati mi è sembrato interessante l'accenno al fatto che la serata abbia attratto anche persone non direttamente collegate all'organico. Il buon uomo non è riuscito a trattenere un certo stupore nel comunicarci che era presente gente che aveva scoperto per caso cosa sarebbe successo quella sera.
Perdinci e perbacco. Non ci si aspettava nemmeno che arrivasse gente attratta dal programma. Non è un buon presupposto per una esecuzione memorabile.
Finiti i commenti al contorno, passo agli esecutori.
Direzione: Mauro Ivano Benaglia. Tutto bene, direi. Avrei preferito un po' meno impeto - ero lì per sentire la musica, non per vedere gesti atletici del direttore - ma niente di terribile. Certo che se ci risparmiava il discorsetto finale era anche meglio.
La parte strumentale era data dall'Accademia Concertante d'Archi di Milano, che direi si sono comportati molto bene, per quanto ho potuto sentire.
Se capisco bene, il coro è una fusione di due formazioni: la Corale Polifonica San Leonardo Murialdo di Milano e la Schola Cantorum Ars Nova di Cerro Maggiore. Tutto sommato niente male. C'era solo un elemento che avrei preferito tacesse. Per la miseria, si sentiva solo lui. Una voce stentorea che si staccava dal resto del coro, e purtroppo non era nemmeno particolarmente piacevole all'ascolto. È probabile che, per un qualche strano gioco dell'acustica della chiesa, desse fastidio soprattutto a chi fosse lontano dalle prime file, però è certamente una voce che rovina l'effetto del coro. Bisognerebbe spiegargli che è meglio se risparmia la sua possente voce.
I solisti mi sono sembrati il punto debole (musicale) della serata. Leggo che si tratta del soprano Larissa Yudina, contralto Belinda Marra, tenore Manuel Candiotto (che aveva fan tra i miei vicini), e basso Fernando Braga. Anche qui, forse, gran parte della colpa va alla acustica della chiesa. Fatto sta che il basso era inaudibile, tenore e, soprattutto, soprano non capivo che diamine cantassero, solo del contralto mi pare di poter dire che c'era, in corpo, spirito e voce.
La messa in sé: Ultima opera di Mozart, in realtà solo abbozza per sopraggiunto decesso dell'autore. La leggenda sul fatto che Mozart sia stato ucciso dal perfido Salieri geloso del suo genio è ovviamente e spudoratamente falsa. Altrettanto falso che la messa sia stata pensata da Mozart per il suo stesso funerale. Tutte menzogne, ma rese bene dal film Amadeus di Milos Forman. Caso non isolato di un ammasso di sciocchezze che messe insieme fanno un bel film.
Tornando alla messa da requiem. A mio modesto avviso, nel complesso, c'è di meglio ma, come dire, sempre di Mozart si parla. E Mozart vale sempre bene una messa.
Anche al più pigro e maldisposto consiglierei comunque, se non conosce l'articolo, di spararsi almeno i primi dieci minuti, saltare all'attacco della Lacrimosa Dies Illa e poi magari passare direttamente al finale Lux Aeterna. Giusto per poter dire di sapere di cosa si sta parlando.
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Croatina
Per qualche motivo il vino Croatina puro non è così popolare come altri vini che pure contengono Croatina in varie percentuali, fra tutti il Bonarda, che può anche essere fatto con sola Croatina, anche se solitamente viene aggiustato con uve provenienti da altri vitigni.
La bottiglia che ho intaccato è di Croatina frizzante, e mi aspettavo che fosse un vino in un certo modo sbarazzino. Sono rimasto quindi sorpreso dal trovarmi di fronte ad un vino piuttosto corposo da bersi con una certa attenzione.
L'ho bevuto, sbagliando, in abbinamento ad un pasto piuttosto leggero, mentre penso sia meglio accompagnato da cacciagione o comunque carni dal gusto deciso.
Per maggiori informazioni rimando alla Cantina Bagnasco (da cui ho estratto la foto della bottiglia pubblicata qui a fianco) o alla Manuelina.
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Il Bistecca
Sta arrivando il 25 aprile, ci si ricorda, sempre in meno, della resistenza.
Ho assistito, assieme ad altri quattro gatti, alla presentazione di un libro su fatti (in realtà piuttosto secondari) avvenuti dalle parti di Rapallo sul finire della guerra.
L'interesse locale è dovuto al fatto che una parte del libro è dedicato ad una azione partigiana finita con la morte di quasi tutti i componenti del gruppo, tra cui un tradatese che, se ho capito bene, era al comando.
Questo mio sfortunato compaesano si chiamava Angelo Mascheroni e si era scelto il nome di battaglia di Bistecca.
Cosa strana, pare che sia l'unico tradatese partigiano morto durante alla guerra che non è stato ricordato con l'intitolamento di una via alla memoria nella nostra cittadina. Chissà come mai.
Purtroppo a parlare della vicenda è stato soprattutto il rapallese che ha scritto il libro che evidentemente sapeva ben poco di Mascheroni.
Sarebbe interessante saperne di più sulla vicenda.
Ho assistito, assieme ad altri quattro gatti, alla presentazione di un libro su fatti (in realtà piuttosto secondari) avvenuti dalle parti di Rapallo sul finire della guerra.
L'interesse locale è dovuto al fatto che una parte del libro è dedicato ad una azione partigiana finita con la morte di quasi tutti i componenti del gruppo, tra cui un tradatese che, se ho capito bene, era al comando.
Questo mio sfortunato compaesano si chiamava Angelo Mascheroni e si era scelto il nome di battaglia di Bistecca.
Cosa strana, pare che sia l'unico tradatese partigiano morto durante alla guerra che non è stato ricordato con l'intitolamento di una via alla memoria nella nostra cittadina. Chissà come mai.
Purtroppo a parlare della vicenda è stato soprattutto il rapallese che ha scritto il libro che evidentemente sapeva ben poco di Mascheroni.
Sarebbe interessante saperne di più sulla vicenda.
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